Andrea Monesi β Orta San Giulio (NO)
In sintesi: gusto e divertimento.

Sono stato tante volte a Orta San Giulio, sulla riva orientale dell’incantevole Lago d’Orta. E tante volte sono passato davanti alla Locanda di Orta, al cui interno si trova il ristorante stellato Michelin dello chef Andrea Monesi. Ho sempre dato un’occhiata al menΓΉ esposto all’esterno e ne sono sempre rimasto incuriosito. E cosΓ¬ -finalmente- a maggio 2025 ne ho sperimentato la proposta.
Ed Γ¨ stato davvero piacevole!
Il locale Γ¨ elegante, ma senza eccessi; molto semplice. I mattoni a vista e il soffitto di travi di legno mi fanno percepire di essere in un’antica casa di Orta. Mi accorgo di essere rimasto nel borgo, pur sperimentandolo in una chiave piΓΉ raffinata e meno ‘decandente’. Vengo accolto da un personale giovane, gentile, sorridente, preludio di un servizio elegante, ma ‘alla mano’.
Scelgo il menΓΉ degustazione ‘i classici’ e dopo poco arrivano gli amuse bouche. L’impatto visivo Γ¨ notevole, mi vengono presentati nell’ordine suggerito per l’assaggio e comincio quindi a gustarli:
– si parte con una pallina croccante ripiena di moscato e pesca, da mangiare in un sol boccone per via dell’interno liquido. Il sapore -gradevole- lascia spazio allo scoppiettio in bocca dei resti del guscio, che in qualche modo era ‘frizzante’ e inizi a concepire che non sarΓ solo un pranzo buono, ma anche divertente.
– secondo assaggio, una Ceasar salad sferificata. Anche questa da mangiare in un sol boccone, ti esplode in bocca irradiandola del sapore dell’insalata per poi lasciare spazio agli altri profumi tipici della Caesar salad. Anche qui siamo su punte di sapore e divertimento altissime.
– terzo amuse bouche un tacos di polenta con baccalΓ mantecato, molto spumoso e delicato, ravvivato da una piacevole nota citrica.
– quarto assaggio un bignΓ¨ salato ripieno di fonduta di Parmigiano e ricoperto di polvere di peperone e crema al basilico. Il sapore non ti conquista all’istante, ma lo fa dopo qualche secondo e una sensazione sabbiosa in bocca -che non dΓ assolutamente fastidio- contribuisce alla persistenza del gusto.
– si concludono gli amuse bouche con un cannoncino con besciamella al tartufo nero e polvere di spinaci che -onestamente- non mi Γ¨ parso indimenticabile.






Γ il turno del pane e di un pre antipasto che chiude il benvenuto dello chef.
Una pagnotta calda al lievito madre (con la crosta molto croccante e dentro leggerissima, una vera nuvola), una focaccia con miele di castagno (anch’essa sofficissima: coi lievitati qui ci sanno fare!), grissini stirati a mano, burro di Bretagna salato arrivano accompagnati da una ciotolina con una spuma di topinambur, sedano rapa alla base, polvere di caffΓ¨ e cialde di barbabietola: un piatto ‘bomba’, equilibratissimo.




E quindi comincia il menΓΉ degustazione come descritto sul cartaceo.
Prima portata, la carbonara di mare: una tartare di scampi, con una crema all’uovo e una bisque cotte a bassa temperatura, del guanciale croccante, una polvere di olio e una nuvola di cui non ricordo la descrizione. La assaporo da sola e penso: “boh, sa di mare“, poi domando alla cameriera cosa fosse e me l’ha descritta come ‘nuvola di mare’ e penso: “azzeccatissima!“. L’assaggio di tutti gli elementi insieme mi fa tornare al concetto di divertimento: molto salino (non salato!) ricordava alla perfezione la classica carbonara, ma altrettanto evidente era il richiamo al mare. Sicuramente un esperimento ben riuscito.

Arriva quindi un altro antipasto divertente, giΓ dal nome: la capasanta che voleva essere gratinata.
Ma invece di essere gratinata Γ¨ trasformata in un velo, cotto a bassa temperatura e marmorizzato con del nero di seppia. Il ricordo della gratinatura si trova nascosto al di sotto ed Γ¨ una salsina di pane e prezzemolo con la croccantezza data dalla quinoa. Senti il gusto -molto buono- della capasanta gratinata, ma stai mangiando qualcosa che non te la ricorda nelle consistenze. Una capasanta cosΓ¬ non l’avevo mai assaggiata e mi ha fatto sorridere le labbra oltre che le papille gustative.


Terzo antipasto, terzo divertimento, forse il piΓΉ grande. Arriva il coniglio tonnato, un gioco su uno degli antipasti piΓΉ iconici della nostra regione -il vitello tonnato- ma forse anche -almeno nel nome- sul tonno di coniglio, altra prelibatezza piemontese. Si tratta di lombata di coniglio, servita sul suo fondo, con una salsa tonnata e sopra un velo di tuorlo d’uovo marinato e polvere di capperi. Γ un altro piatto spiazzante (in positivo): sa di coniglio, assolutamente, ma sembra di mangiare un vitello tonnato fatto bene. Γ un insieme di consistenze diverse: la carne, la spuma, il tuorlo ‘gommoso’, che lo rende divertente anche sotto il profilo tattile. Γ soprattutto un piatto buono, goloso, di quelli che vorresti essere in grado di rifare a casa per mangiarlo almeno una volta alla settimana.


Si passa al primo piatto: tagliatelle ai 37 tuorli con anatra e arancia. E con l’aggiunta al tavolo di una salsa al foie gras. La pasta Γ¨ perfettamente al dente, quasi croccante al morso, e contrasta piacevolmente la grassezza e l’avvolgenza della salsa. Anche qui non Γ¨ solo (ottimo) gusto, ma anche divertimento. Mi pare evidente il riferimento negli ingredienti del sugo all’anatra all’arancia degli anni ’80 e ’90, ma io una roba buona come queste tagliatelle mangiata da bambino non me la ricordo.

Il secondo piatto sembra cambiare registro: Γ¨ meno ardito, meno ‘divertente’, anzi Γ¨ l’elogio della semplicitΓ . Ma non per questo stupisce e appaga di meno. Un vitello piemontese grigliato, con barbabietola e senape. Ti conquista subito col suo profumo di affumicato, poi lo assaggi e si vola! Γ un piatto semplice, ma quanto Γ¨ difficile fare ad altissimo livello le cose semplici? Le salse (e le erbe, che conferiscono una nota verde che cambia tono al boccone) accompagnano bene, senza ‘rovinare’ il sapore del vitello, che resta il vero protagonista del piatto al punto tale che sono convinto potrebbe essere servito da solo, al centro di un piatto vuoto. Impeccabile.

Terminata la parte salata del menΓΉ arriva un pre dessert che nella forma ha qualche vago richiamo alla stella Michelin e penseresti “che ruffianata!” se non avessi mangiato tutto il resto prima e capito che qui si fa veramente sul serio. E, infatti, non delude. Γ una spuma di yuzu, accompagnata da una salsa all’ibisco e coperta da una cialda biscotto. Il contrasto tra l’acido dell’agrume e la dolcezza del fiore Γ¨ quanto si addice -a mio avviso- a un pre dessert; la cialda, rompendosi, porta quella croccantezza che altrimenti mancherebbe. Notevole.
Segue il dessert –50 sfumature di cioccolato– che mangio distratto da un messaggio vocale con qualche piccola rogna (promemoria: non leggere/ascoltare mai i messaggi mentre mangi!), ma che riesco comunque ad apprezzare. Sono tre cannoncini ai tre cioccolati, con ripieno di consistenze diverse e un pane al cioccolato per fare scarpetta del ripieno liquido al latte. Se ami il cioccolato, Γ¨ davvero buono. Se non lo ami -secondo me- non sai mangiare. E forse neppure amare.

Si chiude con la piccola pasticceria, che ricorda nel servizio, nella cura del dettaglio e nella piacevolezza gli amuse bouche iniziali.
– un bignΓ¨ con caramello salato e pop corn
– una bavarese alle fragoline di bosco, davvero intensa nel sapore
– un minuscolo tiramisΓΉ
– una pavlova con gelatina di mango e litchi
– delle cialde al cioccolato con una ganache di cioccolato e lavanda






Durante il pasto ho pensato che non dev’essere affatto facile gestire un ristorante stellato in un borgo piccolissimo, seppure turistico, nel quale si trova giΓ Villa Crespi (con tre stelle Michelin e uno chef che Γ¨ anche un personaggio televisivo apprezzato e dal richiamo immenso). Bisogna avere coraggio, capacitΓ di distinguersi, personalitΓ . Ecco, durante tutto il pasto -e in particolare all’assaggio del coniglio tonnato, che in qualche modo (pur essendo due piatti completamente diversi) si misura con la rivisitazione del vitello tonnato fatta da Cannavacciuolo: il celeberrimo tonno vitellato- ho avuto la sensazione che questa personalitΓ ci sia nel talento di Andrea Monesi, nella sua brigata, nella cura del servizio e della sala. Che ci sia questo coraggio, senza alcuna sfrontatezza. Che ci sia grande capacitΓ di distinguersi, in piatti ottimi al gusto e sorprendenti nelle consistenze o nell’abbinamento tra sapori familiari e ingredienti ‘diversi’. Ho avuto la sensazione, soprattutto, che non ci sia nessun confronto con Villa Crespi, che non ce ne sia alcun bisogno. PerchΓ© da Andrea Monesi alla Locanda di Orta si mangia divinamente e non c’Γ¨ bisogno di aggiungere altro.


