Le Calandre 🌟🌟🌟 – Rubano (PD)

Vai a Padova per qualche giorno, sei discretamente patito per il fine dining ed evidentemente non ti puoi esimere da un pranzo a ‘Le Calandre‘, tre stelle Michelin.
Il locale Γ¨ fuori mano, nella prima cintura della cittΓ , in una zona anonima. Ma sei ragionevolmente certo che valga la pena spingersi fin qui con un taxi. Spoiler: ne vale la pena!

GiΓ  quando entri nel locale ti trovi subito in un mondo a parte, con luci soffuse e colori scuri. Molto elegante.

Ti siedi a tavola e ti portano subito degli sfiziosi grissini, da sgranocchiare mentre scegli cosa mangiare dopo.
Ci sono due menΓΉ degustazione, ma essendo la mia prima volta a Le Calandre, opto senza pensarci piΓΉ di tanto per il menΓΉ dei classici.

Mesdames et Messieurs, comme d’habitude, nous commenΓ§ons par l’amuse-bouche, quei bocconcini -solitamente deliziosi- che quasi sempre vengono portati per introdurre il pasto e il percorso che si farΓ .
E si capisce subito che il percorso sarΓ  un viaggio tra piatti e ingredienti di diverse parti dell’Italia; un viaggio colorato, golosissimo, con numerosi elementi divertenti. Un bel viaggio, insomma.

C’Γ¨ una bolla di tapioca, con mais tostato, dalla consistenza vaporosa, che scompare in bocca e lascia spazio alla croccantezza e alla sapiditΓ  del mais. C’Γ¨ una tartelletta con una brunoise di verdure e besciamella alla barbabietola e timo: Γ¨ calda, gustosa… sembra un assaggio di un minestrone da urlo. C’Γ¨ un bocconcino alla carbonara e non Γ¨ certo una delle ruffianate che si trovano spesso in giro oggi, ma Γ¨ un trionfo di uova e guanciale che porta gioia al palato. Ci sono due nuvole che non ho bene inteso di cosa fossero. Io ci ho sentito Parmigiano e curcuma, ma potrei sbagliare. Non sbaglio perΓ² se dico che la consistenza era divertente (spariscono in bocca) e il sapore delizioso.

Dopo gli amuse bouche scompare il gomitolo che c’era al centro del tavolo e compare un foglietto con scritto “la cucina Γ¨ paragonabile ad un ago che attraversando ripetutamente piccoli fori tende un filo cosΓ¬ sottile e resistente da renderci tutti inconsapevolmente legati“. È una frase di Massimiliano Alajmo -lo chef, che passa a salutare gli ospiti in sala- Γ¨ mi sembra molto carina.
Nell’incavo sul tavolo lasciato libero dal gomitolo viene messo il pane (e che pane!), con la loro idea di scarpetta: olio di Itri, crema di carciofi, estratto di spinaci ed essenza di rosa damascena.

È quindi il turno di ‘Al Aimo di primavera‘, un omaggio ad Aimo Moroni: verdure di stagione, sorbetto di datterini gialli e di datterini rossi e barbabietola, mozzarella liquida ripiena di zenzero da mangiare alla fine. È il sapore vero delle verdure vere e i piselli crudi, in particolare, sono commoventi. Piatto top!

Segue il Cappuccino Murrina, un’icona. È il signature dish dello chef, rivisitato in chiave colorata, come i vetri di Murano. Ci sono seppie al nero, crema di patate, colori naturali dati dalla spirulina, dalla barbabietola, dal riccio di mare, dal nero di seppia. È cremoso, Γ¨ sapido. Ti arriva prima il profumo (intenso), poi la vista (strepitosa) e quindi il gusto, ricco e rotondo. È una bomba! E per qualche strana magia, immergi il cucchiaio piΓΉ e piΓΉ volte, ma i colori rimangono nitidi, puliti, senza mescolarsi.

Altro omaggio (ad Alfonso Mattozzi): Napul’Γ¨, una rivisitazione della montanara. È ripiena di ricotta, burrata e basilico, sopra ci sono una sfoglia di mozzarella, pomodoro e basilico. La cialda Γ¨ croccante, il formaggio saporito, il pomodoro dolcissimo. È fare un salto a Napoli, Γ¨ un vero omaggio, riuscito. Applausi.

Suono n’uovo Γ¨ un piatto di cui avevo sentito parlare e un po’ mi spaventava.
Invece Γ¨ divertente e -ciΓ² che piΓΉ conta- molto buono.
È pasta all’uovo realizzata con uova intere, anche il guscio (ovviamente sanificato)! La pasta Γ¨ condita con burro ed estratto di sedano rapa, cosparsa di erbe aromatiche sbriciolate e accompagnata da una fonduta di Castelmagno e da uno shottino di brodo doppio di gallina. Ed Γ¨ servita con un paio di tappi per le orecchie e l’indicazione di indossarli prima di mangiare questo piatto. Con i tappi nelle orecchie percepisci il suono ‘dall’interno della testa’ e il suono Γ¨ quello dei minuscoli frammenti di guscio d’uovo che scrocchiano sotto i denti. È strano ed estremamente divertente. La pasta sarebbe deliziosa anche senza il guscio d’uovo: Γ¨ molto sapida grazie al Castelmagno e ha un bel morso. Il suono n’uovo, perΓ², completa il piatto, aggiunge esperienza uditiva a quella del gusto. Come completa il piatto il brodo di gallina da bere, molto intenso di sapore e con delle note affumicate.

E dopo il suono n’uovo arriva un bicchiere vuoto e pensi “ok che sono simpatici; ok che sembra un pasto divertente; ok che sono astemio… ma qui mi prendono in giro!“. E invece il bicchiere Γ¨ stato profumato con un’essenza di zafferano e liquirizia e serve a preparare l’olfatto al piatto successivo. Annusi, arriva prima lo zafferano, poi si percepisce la liquirizia…

…e poi arriva il risotto ‘Passi d’oro’ (dedicato all’opera di Roberto Barni esposta agli Uffizi). È un risotto con zafferano, liquirizia, limone giallo e limone bruciato. È molto al dente, ha una nota sapida, quasi pungente; ha una spiccata aciditΓ  data dal limone. È un risotto strepitoso, che al primo assaggio risulta top! E andando avanti non annoia il palato, anche se le note di sapore restano le stesse; anzi, continua a colpire a ogni assaggio e probabilmente resterΓ  il mio piatto preferito di questa esperienza.

Segue una battuta di manzo sulla corteccia al tartufo nero. La carne Γ¨ di Fassona piemontese (quindi per me Γ¨ giocare in casa), la corteccia di larice; il tartufo nero c’Γ¨, insieme ad un pane ad alta idratazione. Mi dicono di mangiarla con le mani e obbedisco. Non ho mai assaggiato la battuta di fassona con le mani, ma asseriscono che “cambia l’idea di degustazione“. Sinceramente non ne sono cosΓ¬ convinto, anche dopo averlo fatto, ma la degustazione resta ottima. La carne Γ¨ eccellente, il tartufo saporito, la salsina senapata che condisce ci sta proprio bene. È buona come solo la Fassona sa essere, ma va anche preparata come Dio comanda. Bravi!

Secondo secondo Γ¨ il piccione al kumquat e aceto balsamico con wafer di fegatini. Arriva subito un profumo intensissimo. Il petto Γ¨ saporito e la sua cottura impeccabile: Γ¨ una sorta di ‘burro’ di carne, tenerissimo. La marmellata di kumquat porta dolcezza e aciditΓ  e smorza la terrositΓ  e la grassezza del piccione. Il wafer di fegatini Γ¨ una coccola dolce a chiudere il piatto.
Il piccione Γ¨ una sorta di ‘banco di prova’ che spesso si trova nei menΓΉ degustazione. Non vi Γ¨ certo bisogno che lo dica io, ma… prova superata!

Il pre dessert, per ‘pulire la bocca’ prima del dolce questa volta Γ¨ frutta! Che bello!
Mela (con lampone?), ananas (con ginepro?), fragola con i frizzy pazzy (che Γ¨ sempre divertente: un modo per tornare bambini, anche a quarant’anni suonati).
Super fresca, leggera. Ci stava!

E come dolce, la mozzarella di mandorle. Arriva in tavola una cosa che sembra una mozzarella. Ti suggeriscono di fare subito un’analisi olfattiva e ti ricorda dannatamente una mozzarella! Poi la rompi, la assaggi ed Γ¨ un trionfo di mandorla.
La sfera Γ¨ un croccante di mandorle; dentro c’Γ¨ una salsa di mandorle; sopra Γ¨ condita con origano, basilico e olio d’oliva; sotto ci sono un paio di rondelle di olive nere. È davvero uno sfizio per il palato, oltre che un gioco moto simpatico per la vista. Grandissimo dessert!

Chiudiamo con la piccola pasticceria: una tartelletta di riso, latte e mandorle; una ‘mandorla’ realizzata con il tΓ¨ matcha e il limone candito (che mi ha riconciliato col matcha); un gianduiotto liquido (che era una sorta di ‘ritorno a casa’, anche se pure a Torino Γ¨ difficile trovare dei gianduiotti cosΓ¬ buoni).

Che dire di piΓΉ?
Gran bella esperienza!

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